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martedì 21 agosto 2007

El Anatsui



L'artista africano (è nato in Ghana e vive in Nigeria) El Anatsui si sta imponendo all'attenzione internazionale come una delle vere rivelazioni di questa 52° Biennale di Venezia. Presente in Laguna, nella mostra Pensa con i sensi - senti con la mente. L'arte del presente, con i suoi arazzi fatti con materiali di recupero, l'artista ha dimostrato come si può riprendere la più genuina tradizione africana, coniugandola alla modernità dei materiali e delle tecniche.





E. Anatsui, Congress of elders (part.). 2007.


L'originalità dei suoi arazzi composti da lattine di alluminio, creta, tessuto, legno e altri materiali di recupero ne ha fatto il più stimato scultore africano vivente e il principale artista africano della sua generazione.






Oggetti concreti e al tempo stesso improbabili. Una coperta di lattine di alluminio, una borsina "usa e getta" in formato gigante realizzata in metallo, una roccia composta da rifiuti, un muro in tronchi di legno...






La realtà si trasforma sotto le mani di El Anatsui e grazie alle sue opere possiamo guardarne gli elementi in modo nuovo, trasformati dal gioco di materiali dell'artista.






Le sue trame realizzate con materiali riciclati sono al tempo stesso oggetti poveri e preziosi grazie alla ricchezza della loro tecnica esecutiva. Le opere di El Anatsui richiamano, quindi, le necessità di un'Africa che deve obbligatoriamente inventare sé stessa, rinnovando ciò che esiste già, non buttando via nulla.






Quello del riciclo è un tema particolarmente caro agli artisti africani d'oggi. Il rispetto per l'ambiente e il recupero dei rifiuti ha assunto un'enorme valore nella ricerca creativa di altri personaggi, quali Pascale Marthine Tayou o Kay Hassan.






El Anatsui è rappresentato dalla galleria d'arte londinese The October Gallery (http://www.octobergallery.com/), ma in Italia è trattato anche da Spazio Rossana Orlandi (http://www.rossanaorlandi.com/) a Milano.






Sito ufficiale dell'artista: http://www.elanatsui.com/.

venerdì 17 agosto 2007

Elizabeth Murray e l'eredità di Keith Haring


C'è tutta la dirompente creatività del grande pop artist americano Keith Haring negli ultimi lavori di Elizabeth Murray: i suoi colori fluo, le sue forme ironiche e divertenti da fumetto, la sua figurazione ai limiti dell'astratto.

La Murray, nata a Chicago nel 1940 e morta pochi giorni fa (il 12 agosto) nella sua casa di Manhattan, era fra gli artisti più interessanti della nuova scena newyorkese. L'influenza del grande Keith Haring nel suo lavoro è fortissima: basta osservare, ad esempio, Morning is breaking, una delle due opere realizzate nel 2006 (insieme a The new world) esposte oggi alla 52° Biennale di Venezia, nella sezione Pensa con i sensi - senti con la mente. L'arte del presente. Si tratta di due oli su tela montati su supporti in legno sagomato che, già al primo sguardo, sanno immediatamente, indubbiamente di pop art.
E. Murray, Morning is breaking, olio su tela montato su legno, 2006.


L'americana Murray ha preso come ispirazione per le sue opere il mondo dei cartoon, la fantasia di Walt Disney, la magia di oggetti, persone e animali che assumono forme, colori e posizioni insolite, come in una vignetta. In questo mondo della fantasia traduce i temi della vita domestica, delle relazioni umane, le questioni dell'umanità.


Nella sua carriera è stata anche autrice di numerosi murales, come quelli creati sulle pareti della subway di New York, nelle stazioni di Lexington Avenue e 59th Street.


Molto nota nell'ambiente artistico statunitense (lo scorso anno il MOMA le ha dedicato un'importante retrospettiva) Elizabeth Murray non ha ancora raggiunto una forte notorietà in Europa e in Italia, ma c'è da contare sul fatto che la presenza alla Biennale di quest'anno - nonché la sua recente scomparsa - attireranno l'attenzione sulla sua produzione creativa facendo salire le sue quotazioni.


L'artista era rappresentata dalla galleria d'arte di New York Pace Wildenstein (http://www.pacewildenstein.com/), ma diverse sue opere sono presenti anche Derriere l'Etoile Studios, sempre nella Grande Mela, e alla Gemini G.E.L. di Los Angeles (http://www.geminigel.com/). E' da prevedere un'imminente sbarco nel mercato d'arte europeo.

Africa naïf

Chéri Samba, Le marché de l'art, olio su tela. Se n'è accorta anche la Biennale di Venezia: l'arte contemporanea africana è un fenomeno in fortissima ascesa che conquista sempre più interesse. Così, la 52° edizione della manifestazione d'arte dei giorni nostri più famosa al mondo (attualmente in corso) ha dedicato, con un interessante progetto sperimentale voluto dal curatore Robert Storr, un intero padiglione all'Africa, allo scopo di portare gli artisti più rappresentativi di questo continente sulla scena internazionale.



I segnali verso un interesse per la produzione artistica proveniente da quest'area geografica, a dire il vero, non sono una novità della Biennale. Importanti input vengono da altre entità culturali internazionali: già in Inghilterra e in Germania ci si è accorti da tempo del valore dell'arte africana. Ma lo spazio concesso dalla rassegna veneziana è una conferma di grandissima importanza.



Le modalità con cui la Biennale ha creato il suo "spazio Africa" sembrano già un simbolo della difficoltà di crescita e della voglia di riscatto del grande continente e sono, forse, il modo migliore per esporre questi artisti che parlano delle contraddizioni e della difficile situazione - ma non priva di speranza - del loro territorio. Storr ha promosso un concorso per la progettazione di uno spazio espositivo autofinanziato rappresentativo della situazione attuale - artistica e umana - dell'Africa. E' stato scelto il progetto di Fernando Alvim e Simon Njami, che hanno portato a Venezia i quadri della Sindika Dokolo African Collection of Contemporary Art (http://www.sindikadokolofoundation.org/) di Luanda (Angola).



I riconoscimenti della Laguna alla creatività africana, in questa edizione 2007, non si fermano però qui. Il Leone d'Oro alla carriera è stato assegnato, per la prima volta, ad un africano: Malick Sibidé, pittore e musicista proveniente dal Mali. Si tratta anche in questo caso di una conferma del fatto che l'arte del Continente Nero va assolutamente tenuta in grande considerazione.



La crescita di questi artisti sul piano internazionale è, infatti, impressionante. L'Europa, negli ultimi anni, ha ospitato numerosissime mostre dedicate a questo filone creativo. E proprio in Europa, più precisamente a Ginevra, si trova la più grande collezione esistente al mondo di opere d'arte contemporanee di artisti africani: la Contemporary African Art Collection (http://www.caacart.com/).



Creata 15 anni fa dal collezionista italiano Jean Pigozzi e curata da André Magnin, la CAAC comprende alcune migliaia di pezzi ed è un nucleo attivo nella promozione dell'arte africana contemporanea, attraverso la produzione di mostre, eventi e pubblicazioni.



Il più grande successo realizzato, fino a questo momento, dalla CAAC è senza dubbio l'esposizione "Popular Painting" from Kinshasa, in corso al quinto piano della Tate Modern di Londra (http://www.tate.org.uk/modern/) dal 28 marzo 2007 al 1° marzo 2008. Espongono qui cinque artisti della cosiddetta School of Popular Painting, il movimento pittorico costituito alla metà degli anni Settanta dal pittore nato in Congo nel 1956 Chéri Samba - uno dei principali esponenti della pittura africana - a cui si sono aggiunti Moke (1950-2001), Chéri Chérin (n. 1955), Bodo (n. 1953) e Cheik Ledy (1962-1997), fratello minore di Chéri Samba.



La mostra attualmente visibile nelle sale progettate da Herzog&De Meuron, e che fa parte della grande esposizione UBS Openings: Tate Modern Collection, è la prima rassegna dedicata ad artisti che sono nati e che lavorano in Africa e che, quindi, ne rappresentano lo spirito più intimo e incontaminato. Questo evento sta portando alla ribalta Chéri Samba, Chéri Chérin e colleghi e ne sta facendo salire alle stelle le quotazioni sul mercato.



Un esempio per tutti. Negli ultimi sei anni le sue stime sul mercato si sono quintuplicate e oggi i suoi dipinti su carta valgono almeno 2.000 euro, quelli su tela dai 6.000 (piccolo formato) o 10.000 euro in su (medio formato). Le opere migliori raggiungono prezzi almeno tre volte più alti. Il top lot personale di Chéri Samba è stato raggiunto alla casa d'aste Calmels Cohen di Parigi il 9 giugno 2005: si tratta del quadro L'espoir fait vivre, venduto per circa 47.000 dollari. Aprés le 11 Septembre, 2001 è stato, invece, acquistato per 35.000 dollari. Le sue opere sono reperibili presso la galleria che lo rappresenta, la Peter Herrmann di Berlino (http://galerie-herrmann.com/).



Ed è in arrivo un altro grande evento di portata internazionale destinato ad accendere i riflettori sugli artisti contemporanei provenienti dal Continente Nero, proposti dalla collezione Pigozzi. Dal 6 ottobre fino al 3 febbraio al Lingotto di Torino si terrà la mostra Why Africa?, negli spazi della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli.



Ma quali sono le peculiarità contenutistiche e stilistiche di questa classe pittorica che, dopo Gran Bretagna e Germania, sta conquistando anche l'Italia? E' un'Africa corrotta, povera, violenta quella rappresentata dai nuovi artisti africani, un continente pieno di contraddizioni, ma che non rinuncia alla sua allegria e alla sua fantasia. Si crea, così, un duplice piano nei quadri di Samba, Chérin, Ledy, ecc.: i soggetti parlano, molto spesso, di situazioni drammatiche, di sanguinosi fatti di cronaca e soprattutto di spregevoli situazioni politiche costruite dall'ingiustizia, dalla corruzione e dalla violenza. Tutto questo, però, invece che con toni cupi e pessimisti, è dipinto con tinte solari e brillanti, con le linee semplici e le forme "ingenue" tipiche della pittura naïf. Non c'è modo migliore per esprimere figurativamente ciò che è oggi l'Africa: la sua situazione politica e lo spirito innato della sua popolazione.



I quadri della School of Popular Painting trattano di povertà, fame, malattie, AIDS, costumi popolari, ingiustizia, differenze sociali, incidenza dei media, cronaca nera. E, naturalmente, tanta politica, trattata con i toni ironici e provocatori della semplicità naïf.



La situazione politica è il tema prediletto di Chéri Chérin (vero nome Joseph Kinkonda), che vive e lavora nel quartiere Ndjili a Kinshasa. L'impronta della cultura popolare dei suoi quadri viene dai suoi lavori giovanili per manifesti e murales, che realizzava nella sua città natale mentre frequentava l'Academie des Beaux Arts di Kinshasa.



Ma c'è anche il mercato dell'arte - che pure li ha resi celebri - nelle mire di questi artisti. Chéri Samba, ad esempio nel dipinto Le marché de l'art, non risparmia critiche a quel meccanismo economico spesso velato di puro cinismo e opportunismo, capace di creare illusioni e trasformare un pittore in una sorta di star.



E star, o quasi, possono ormai considerarsi Chèri Samba, Chéri Chérin, Moke, Bodo e Cheik Ledy, grazie all'azione di collezionisti e curatori che hanno compreso il valore del loro messaggio e la potenza espressiva del loro linguaggio pittorico. Ma la CAAC di Jean Pigozzi ha ancora in serbo numerosi prodotti made in Africa di grande interesse, che possono salire la scala del mercato nei prossimi tempi.



George Lilanga (Tanzania) crea nelle due e nelle tre dimensioni le sue figurine dipinte con colori shoking, così buffe e grottesche nella loro connotazione moderna. Zinsou presenta una pittura "infantile" che lo somigliare ad una sorta di Basquiat, mentre i grassi personaggi del keniota Richard Onyango richiamano quelli di Fernando Botero.



Ma c'è spazio anche per i sentimenti più tradizionali nella nuova pittura africana. L'etiope Gedewon dipinge talismani con figure e poesie, mentre la sudafricana Esther Mahlangu realizza composizioni geometriche dai colori brillanti e dalle forme tipicamente tradizionali.



Figure ironiche e naïf popolano anche il settore scultoreo. Tra gli esponenti principali ci sono John Goba, Emile Guebehi e Nicolas Damas. Le statuette mobile di Efiaimbelo sembrano souvenirs, mentre Bodys Isek Kingelez realizza modelli con carta, cartone e plastica e Titos Mabota utilizza materiali di recupero.



Infine, un certo rilievo, quantomeno come testimonianza dello spirito africano, è da attribuire anche alla fotografia del Continente Nero. Depara, Malick Sibide e Sydou Keita con i loro scatti rétro in bianco e nero restano di particolare interesse.






giovedì 9 agosto 2007

I Paesaggi di Cemento di Petrus

C'era anche lui fra gli artisti in mostra nell'ultima, discussa, esibizione curata da Vittorio Sgarbi Arte Italiana. 1968-2007. Pittura (Milano, Palazzo Reale, fino all'11 novembre). Uno fra gli artisti di nuova generazione più apprezzati ed in crescita vertiginosa del panorama italiano, Marco Petrus da anni concentra la sua ricerca pittorica sulle visioni architettoniche urbane. Un tema che interpreta con rigore minimalista, fatto di estrema pulizia del segno, campiture di colori puri e irreali, punti di vista scorciati che creano immagini dal sapore potentemente costruttivista. Si potrebbe pensare ad una fotografia di Rodcenko - magari alla celeberrima Scale del 1930 - guardando una delle sue opere, soprattutto quelle di qualche anno fa, come quelle arrivate in finale al Premio Cairo 2001.




M. Petrus, Good Morning Shanghai, olio su tela, 2007.




Con il loro equilibrio formale, i quadri di Petrus hanno conquistato la critica e si sono guadagnati un posto d'onore nell'ambito della giovane figurazione italiana. Oggi Petrus è una celebrità, una garanzia sul mercato. Tanto che ha trovato uno spazio di rilievo anche fra gli eventi in occasione della 52° Biennale di Venezia.






Forme architettoniche ridotte a segno puro, immortalate da angolazioni ricercate che ne sottolineano l'impatto visivo, si muovono grazie al gioco di chiaroscuri, alle luci e ombre generate anche dall'uso semantico del colore: un cromatismo forte, deciso, che dà ad ogni quadro di Petrus una grande potenza espressiva.





Architetture ridotte ai minimi termini dagli scorci esasperati ed improbabili, punti di vista ribassati, eliminazione di ogni realismo grazie all'uso del colore, assenza dell'uomo e di qualsiasi altra forma di vita. Le forme razionali e costruttiviste di Petrus assumono, così, un carattere solitario e riflessivo, una dimensione metafisica, come suggerisce il titolo tipicamente surrealista della personale di Petrus in corso a Venezia: Ceci n'est pas une exposition (Venezia, Giardini della Biennale, Spazio Paradiso, fino al 21 novembre).





Nato in Romagna nel 1960 e trasferitosi ancora in giovane età a Milano, dove vive e lavora tuttora, è proprio la città lombarda a diventare la prima musa di Marco Petrus, con i suoi spazi urbani moderni, imponenti - a volte sovrastanti - che inizia a ripensare in chiave pittorica. Anche negli anni successivi, le città sono sempre le protagoniste assolute.






"Le mie opere nascono dalla visione della città... - dice l'artista - Io l'ho sempre considerata come una grande aula di un'accademia, per cui gli edifici diventano miei modelli. Prima ho lavorato molto su Milano, vivendoci... e poi le città che mi hanno influenzato più che altro sono quelle che ho visitato. In ogni città ritrovo qualcosa che mi consente di far pittura".






Il mondo dell'arte si accorge presto del suo talento. La prima personale Petrus la tiene nel 1991 alla Galleria Noa di Milano. Da questo momento in poi è richiestissimo ed ottiene numerose personali e premi.





Alla fine degli anni Novanta è fra i quattro componenti di Officina Milanese, gruppo nato attorno al critico Alessandro Riva, di cui fanno parte, oltre al pittore romagnolo, anche Giovanni Frangi, Luca Pignatelli e Velasco. Qualche anno dopo Riva coinvolge i suoi pupilli in un nuovo e vincente progetto artistico: Italian Factory (http://www.italianfactory.biz/) un'iniziativa nata allo scopo di promuovere i nomi emergenti dell'arte italiana, e che rappresenterà una svolta per la carriera di questi giovani artisti. Immediatamente le loro quotazioni salgono sorprendentemente e nel 2003 i quadri di Petrus triplicano le stime, raggiungendo i 10.000-12.000 euro. Da qui in poi l'ascesa sarà inarrestabile.




Dopo il 2003, anche il 2007 si sta delineando come un anno d'oro per l'attività di Marco Petrus. Oltre alla mostra di Venezia, l'artista ha in attivo una partecipazione alle collettive asiatiche Italiana allo Shanghai Art Museum e The New Italian Art Scene al Taipei Fine Arts Museum, eventi che stanno spingendo ancora più in alto le sue quotazioni...
M. Petrus, Senza titolo, olio su tela, 2001.

martedì 31 luglio 2007

L'avanzata cinese


Dopo aver dato l'assalto all'economia globale conquistando i mercati di tutto il mondo, la Cina non poteva mancare di irrompere con la sua carica di novità anche nel mercato dell'arte. Semplice moda o qualità vera e propria? Le opinioni si scontrano. Ma ciò che è inconfutabile è che l'arte cinese, prima di tutto la pittura, è il nuovo orizzonte da conquistare per mercanti d'arte e collezionisti.




Yue Minjun, Le déjeneur sur l'herbe, olio su tela, 1995.


Come mostra un interessante servizio di Renato Diez sul numero di luglio della rivista Arte, la produzione artistica cinese sta vivendo un'ascesa vertiginosa: in soli due anni, dal 2004 al 2006, le quotazioni dell'arte made in Cina sono più che raddoppiate e la scalata non accenna a frenare.


Ironica e dissacratoria, testimonianza delle contraddizioni della modernità e della società che cambia, del mondo globalizzato e della comunicazione multimediale, la produzione cinese ha conquistato critici (primo fra tutti Achille Bonito Oliva), galleristi e collezionisti. Tutta rivolta al presente l'arte di questo paese osa, fa riflettere con grande originalità di linguaggi.


Pezzi da novanta sono certamente da considerare i malinconici e inquietanti ritratti in bianco e nero mossi da tocchi fragili di colore di Zhang Xiaogang o i sorrisi tirati, carichi di ipocrisia, delle figure di Yue Minjun, che interpreta in chiave dissacratoria i miti dell'arte e della civiltà (suo è il best seller assoluto della creatività cinese: The pope, battuto lo scorso giugno da Sotheby's per la cifra vertiginosa di 4.280.000 dollari). Ma fra i più quotati pittori provenienti dal paese della Grande Muraglia ci sono anche Fang Lijun, He Sen, Zao Wou-Ki.


Il boom cinese non si limita soltanto ai quadri. Anche se, certamente, è la pittura a farla da padrone, riscuotono enorme apprezzamento anche fotografia, scultura, videoart e performing art, che possono far battere cifre da record alle maggiori case d'aste del mondo. Ai fotografi e videoartisti Yang Fudong e Yang Zhenzhong si possono aggiungere i fotografi Sheng Qi e Jin Shan e gli scultori Chen Zhen e Zhan Wang.


La Biennale di Venezia non poteva non accorgersi del fenomeno in crescita e anche in questa 52° edizione le opere degli artisti della Repubblica Popolare emergono nella ricca offerta lagunare. Una fra tutte China Tracy, installazione multimediale di Cao Fei che esprime nel migliore dei modi la decisa tendenza dell'arte cinese a proiettarsi nelle espressioni più forti della modernità tecnologica e futuristica.


In Italia le gallerie d'arte di riferimento per l'arte cinese sono la Continua di San Gimignano ( http://www.galleriacontinua.com/) e la Marella di Milano (http://www.marellart.it/), che hanno sedi anche a Beijing, e la N. O. Gallery di Milano (http://www.nogallery.it/), dove si è da pochi giorni conclusa la collettiva di giovani artisti Occhio alla Cina.